Luce

Luce. Cerco di attivare la mia mente. Ogni giorno mi sveglio e cerco di recuperare il filo: il mio nome, la mia voglia di vivere, le mie sensazioni.
È inverno. Apro gli occhi e inizio, come tutti, a ripetere una serie di gesti automatici, “normali”:
sollevo il piumino ed esco dal letto, rabbrividisco per il freddo, oppure resisto stoicamente, non sento la differenza fra dentro e fuori, a seconda dei casi e dell’umore.
Poi vado verso il bagno, ed ecco, lo specchio. Chi sono io oggi? Non c’è tempo per chiederselo – non sempre si ha la forza di guardarsi fino in fondo – ed è già arrivato il momento di uscire ed essere coerenti con se stessi in mezzo al mondo. Altri milioni di individui che forse come me non hanno avuto tempo di farsi la domanda sul perché proprio qui ed ora i loro atomi partecipino dell’energia dell’universo, si avviano a riprodurre la propria immagine per le vie della città.

Non c’è proprio niente di interessante nei nostri risvegli? O forse è proprio quel niente che ci rende attivi, vivi nel presente? Quel niente che rappresenta la moltitudine di informazioni ed esperienze che diamo per scontate – le nostre vite accadute e consolidate nel passato –, il niente delle abitudini, di quei gesti così insignificanti che se vengono negati causano un enorme scandalo. Non avere l’acqua calda in casa per una doccia, dover leggere al lume di candela per un blackout, la zuccheriera vuota che lascia orfano il caffè, il buco nella calza.
Potessimo vivere più a lungo in questo disequilibrio fra la nostra routine e l’inaspettato, scopriremmo il valore di quel niente. Sosteremmo sul filo di un mondo parallelo che viveva quotidianamente affrontando quella fatica in più, la fatica di osservare, comprendere e ricucire gli strappi con le proprie mani. Ma oggi possiamo facilmente far riparare, sostituire, ripartire, comprare: il fatto strano viene riassorbito velocemente nella norma.
Ognuno di questi niente – gas ed elettricità nelle case, zucchero e caffè in tavola, indumenti alla moda che, volenti o nolenti, non durano più di una stagione – ha un grandioso passato di novità, di futuri possibili e di storia alle spalle: conquistatori che hanno scoperto nuove terre, inventori che hanno rivoluzionato il mondo, e persone comuni che hanno aderito piano piano, lentamente, al cambiamento che questi pionieri hanno avviato. Ma noi dimentichiamo il niente. Veniamo scossi quando il niente si fa presente e cerchiamo di evitarlo. Siamo di corsa e non vediamo gli atomi di carne ed ossa che chiedono una moneta per sopravvivere ad ogni angolo di via – non sempre si ha la forza di guardare fino in fondo – siamo abili alibi.

Quando ad un uomo viene negata una casa, un abbigliamento adeguato, un minimo di igiene personale, la protezione da fame, freddo e povertà – beni che per noi sono sicuri e rappresentano un grosso niente di abitudini – noi preferiamo restare ciechi. Preferiamo continuare a dimenticare che il nostro niente è un consolidato tutto, l’espressione dell’evoluzione della storia umana.
Ci manca la volontà di ricordare, di guardare quello specchio, di considerare il nostro essere niente, la forza di riconoscere l’essere umano come la forma di vita più consapevole del proprio appartenere al tempo e allo spazio. Pur di fuggire questa consapevolezza, ossia quella della nostra finitudine, decidiamo di non sentire il sangue vibrare nelle vene dell’altro, mettendo a rischio anche la possibilità di continuare a restare in contatto con le nostre stesse vene.
Dimenticando un niente dopo l’altro, viviamo sovrastati da tutto, come già morti, senza luce. E forse, presto, ci abitueremo a non essere più risvegliati.

Eppure l’Italia è così piena di ricordi. Giganteschi souvenir – i monumenti – che arredano la nostra terrazza affacciata sul mare, chiusa da un’imponente coltre di roccia agli altri condomini del nord che spesso hanno tentato di appropriarsi di tutta questa sfacciata bellezza mediterranea. Contempliamo le nostre rovine, siamo innamorati del nostro passato, forse così tanto che ancora fatichiamo a capire di doverci impegnare anche oggi per continuare ad essere orgogliosi di essere vivi nel presente, al di là del presuntuoso pregio di “essere italiani”.
Così, quando cammino per le strade del mio Paese, cerco di immaginarmi cosa volesse dire essere in quelle stesse vie cinquanta, cento, duecento, mille anni fa. Alcuni luoghi non c’erano, altri si sono trasformati, altri sono rimasti perfettamente identici. La Firenze di Dante era un cantiere che ha portato la città agli splendori che oggi consociamo; l’Arengario di Milano, da cui Mussolini parlava alle folle, fa oggi parte della sede del Museo del Novecento; i ponti di Venezia resistono al progredire del tempo, lo sentono scorrere sotto i passi di milioni di persone provenienti da ogni parte del mondo. Queste pietre così diverse fra loro sembrano voler restare per accendere in noi almeno un dubbio, la scintilla di un pensiero: fino a quando potranno ricordare per noi? Mi lascio affascinare da questa evocazione in forma di punto di domanda, tanto da chiedermi ancora: fino a quando la memoria può durare nei ricordi delle persone, prima di farsi pietra muta?

Il 1° novembre 2005 è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la Giornata della Memoria per ricordare, cioè far emergere con evidenza, alcuni fatti che sono accaduti nel passato, precisamente l’Olocausto di un intero popolo, quello ebreo. La data designata a livello internazionale è il 27 gennaio, giorno in cui, nel 1945, il campo di concentramento di Auschwitz venne liberato dalle forze sovietiche e non si poté più negare agli occhi del mondo la realtà della violenza nazista. Ricordare i fatti storici, le scelte politiche, i numeri del massacro sembra un gesto ovvio, un niente di parole che viene spazzato via dal tutto della nostra indifferenza, dal nostro essere già a conoscenza, dal nostro essere stufi di sentire cose già sentite, dal nostro aver già studiato la storia.

Già.

Il 27 gennaio 2016, i social network si riempiranno di foto, articoli, musiche, spezzoni di film per aiutarci a ricordare. In molte città italiane verranno creati eventi appositi, letture, condivisioni di testimonianze. Personalmente quest’anno ho sentito un’esigenza diversa, stimolata da alcune discussioni fra amici, e ho deciso di mettermi in cammino per trovare la mia memoria della Shoa molto tempo prima di gennaio, sinceramente scossa dalle reazioni di chiusura dell’Europa nei confronti dei profughi delle guerre che la circondano e istintivamente mossa a paragonare alcuni aspetti dei due drammi.

«Il bisogno di trasmettere è legato a quello di capire: la salvaguardia della memoria allora ci appare come un dovere civico.» Georges Bensoussan, L’eredità di Auschwitz. Come ricordare?, Einaudi, Milano, 2002, p. 6

Così sono partita mossa dalle mie domande alla ricerca di luoghi, libri e persone che già avessero avviato un processo continuo della memoria, simile a quello che volevo iniziare io.
Su cosa si concentra la nostra memoria? Quali sono i ricordi da salvare? Lasceremmo le abitudini di ieri scorrere così facilmente se non sapessimo di poterle reiterare domani?
Credo che ognuno debba concedersi il privilegio di affrontare questa responsabilità civica della memoria con i propri tempi, i propri mezzi, le proprie inclinazioni (razionali e passionali).
Per questo mi limito a condividere la mia lista di libri, alcuni letti, altri da leggere, e di luoghi, alcuni visitati e vissuti, altri ancora da raggiungere, con l’augurio per tutti di intraprendere un ricco percorso fra storia e memoria.

Libri:

– Georger Bensoussan: L’eredità di Auschwitz. Come ricordare?, Einaudi 2002.

– Maurice Halbwachs, La memoria collettiva, edizioni Unicopli, 1987.

– Varlam Salamov, I racconti di Kolima, Einaudi, 1999.

– Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 2001.

– M. Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, 2009.

– Christian Marazzi, Diario della crisi infinita, Ombre corte, 2015.

Luoghi

– Binario 21, Stazione Centrale, Milano

– Fondazione Camis De Fonseca, Via Pietro Micca 15 – 10121 Torino

– Casa della carità “A. Abriani”, Via F. Brambilla 10, 20128 Milano

– La Casa delle Culture del Mondo, Via Giulio Natta 11, 20151 Milano

– Museo diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei diritti e della libertà, Corso Valdocco 4/A – 10122 Torino

– Casa della Memoria, Via Federico Confalonieri, 14, 20124 Milano

– Centro di documentazione e Museo della Resistenza di Perloz, Loc. Capoluogo 27-28, 11020 Perloz (AO)

– Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, Via del Carmine 13, 10122 Torino

– Fondazione Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea, Largo La Marmora 17, 20099 Sesto San Giovanni (MI)

– Museo storico di Trento, Via Torre d’Augusto 41, 38100 Trento.

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