Cioccolata in tazza

Martedì 24 novembre ore 19.00, teatro dell’Elfo, Milano.

Incontro Daniela, entriamo in Foyer: il nostro spettacolo è A D U L T O, degli Phoebe Zeitgheist.
Lei ha bisogno di una minerale e ci dirigiamo verso il bar: mi cattura subito l’immagine di una signora anziana seduta da sola che avidamente si gusta una cioccolata in tazza. È così antica e infantile nella sua postura e nella sua golosità. Alza lo sguardo e siamo già lì, sedute con lei. È magnetica.
Due occhi azzurri vivaci e attenti parlano di quante storie non posso conoscere, con 60 anni in meno di vita vissuta. Classe 1929, liceo Moreschi…aspetta…è la scuola di mio nonno! Stupidamente le chiedo se si ricorda di un certo Ballarino. Ma non ho fatto bene i calcoli, mio nonno era del 1915. All’epoca in cui lei frequentava il liceo, lui era già abbastanza grande per fare il protagonista della Storia, ed essere prigioniero di guerra in Albania.
Lei ha voglia di depositare la memoria di qualcosa d’importante, la sensazione che non sia venuta solo ad assistere ad uno spettacolo teatrale è palpabile. So che quella sera va in scena anche Gorla fermata Gorla, uno spettacolo che racconta della strage avvenuta a Milano durante la seconda Guerra Mondiale.
So e non so. Gorla mi riporta ad un sentimento tragico, come se me ne avessero parlato tanti anni fa, ma in realtà non sono a conoscenza precisamente dei fatti. È una ferita antica e dimenticata della mia città sempre apparentemente proiettata verso la modernità.
Lei ha addosso come un peso da donare sotto forma di fiore. Come se quella sera il caso che tutto governa avesse deciso che proprio io e Daniela dovessimo ascoltare la sua storia nella Storia.
È una sensazione che ho provato spesso in compagnia di chi ha vissuto e sa che non potrà farlo ancora a lungo: li spinge una necessità quasi fisiologica di passare il testimone, di far sì che quell’esperienza che ha segnato irrimediabilmente il loro modo di vivere possa arrivare a colpire un corpo giovane. Ripetono quel racconto ogni volta che possono, come se fosse la prima volta che affiorasse alle loro labbra, che da ricordo si trasformasse in parola.
Siamo state scelte dal caso e con gioia stiamo insieme in questa memoria da condividere.

«Io ho detto quella frase così, senza pensare, era nel linguaggio corrente allora, e poi la bomba è caduta. Per molto tempo mi sono sentita responsabile, come se l’avessi chiamata io quel giorno, come se le avessi detto di scendere e colpire quella scuola.»

C’è tempo per dire tutto? Lei guarda l’orologio, le 19:10. Gli spettacoli iniziano alle 19:30.
Si parte.
Entriamo in un mondo severo, un mondo che noi, dice lei, fortunatamente non possiamo capire.
Non possiamo capire che l’ansia di una madre sia visceralmente ma tacitamente condivisa dalla figlia. Una madre in tempo di guerra trema sapendo che la figlia si trova fuori casa, percorre lunghi tratti in bicicletta, semplicemente vive e può essere concretamente sorpresa dalla morte sotto forma di bomba. Anche la figlia trema ma dissimula per la naturale energia che pervade la sua età e perché non ha memoria di un’esistenza indipendente dalla paura della morte che si presenta quotidianamente e insiste.
Sia io che Daniela sappiamo cosa significhi avere una madre ansiosa. Ma ora sembra che farlo presente a questa signora sia quasi un insulto. Simili ma così diverse le nostre tre madri. Per me e Daniela c’è sempre del torto nelle loro ansie. Simili ma così diverse le nostre esperienze di figlie. L’ opposizione alla madre della signora era resistenza attiva, la nostra è ribellione. A etichettare in modo diverso il valore del nostro stesso gesto è la Storia. Ma non riesco ad esserne del tutto convinta. Sento che stiamo dando per scontato troppe cose.
La nostra è una generazione occidentale post-bellica, cresciuta dove apparentemente l’unico conflitto reale è stato quello con il proprio genitore apprensivo, perché nella fetta di mondo in cui siamo nati non c’è un nemico concreto di cui preoccuparsi. Dovrebbe esserci la pace là, fuori di casa. O quasi. Siamo a pochi giorni dagli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 e forse ci stiamo accorgendo che non è esattamente così. Una sorta di guerra a distanza, di ansia costante e differita, incosciente e indeterminata, perseguita anche noi, giovani europei intrappolati dal precariato della vita.
Ma stasera capisco anche che il giovane è, senza discrimine di tempo e luogo, precario, proprio perché diventa cosciente della morte, del suo obbligo come essere umano a presentarsi sul palcoscenico della vita sotto una forma adulta ed etichettabile, un sé rinunciatario del magma confuso e vitale della sua inesperienza.
Forse A D U L T O e Gorla fermata Gorla in cartellone quella sera al Teatro Elfo Puccini di Milano, non sono due entità mute e sorde fra di loro.
Io, Daniela e questa signora stiamo creando un circolo virtuoso, un’esperienza che si traduce in racconto che si fa pensiero riflessivo, possibilità di rileggere la realtà contemporanea. Il dialogo fra noi e la signora è creativo, è un pensiero che indaga e scaturisce da un confronto: siamo uguali o diversi, viviamo come esseri umani su binari paralleli o coincidenti? Così continuo a farmi domande e mentre lei racconta io rifletto: cosa ci ha fatte incontrare in questo bar, perché sono interessata alla sua vita, perché m’innamoro di queste situazioni assurde e naturali?
Ad esempio, quando lei aveva quindici anni, non poteva permetterseli. Non sono i quindici anni che vediamo, pensiamo e viviamo adesso, oggi, qui. Ma anche io so di non essermeli mai permessa. Dunque punto di contatto. Eppure la mia era una scelta, la sua un obbligo. Punto di potenziale riflessivo.
Poi lei possiede la bomba che, mentre parliamo, dal mio mondo ideale riporta la concentrazione sulla sua realtà.
Una bomba fisica e metafisica.

«Io ho detto quella frase così, senza pensare… Il preside voleva fare un’esercitazione per evacuazione in caso di emergenza e aveva allineato tutti i maschi nel corridoio per primi… io non lo trovavo giusto e dissi: “Se proprio ora cadesse la bomba, noi tutte moriremmo”…era nel linguaggio corrente allora, adesso sembra una cosa strana da dire…e poi la bomba è caduta, e ha ucciso tutti quei bambini…gli Americani pensavano che lì non ci abitasse nessuno, pensavano fosse una zona già molto periferica e disabitata.. poi si sono scusati.. ma io per molto tempo mi sono sentita responsabile, come se l’avessi chiamata io quel giorno, come se le avessi detto di scendere e colpire quella scuola, quasi per darmi ragione.»

Bomba fisica e metafisica, esplode e ti risponde: c’è una differenza esistenziale da salvaguardare fra il passato e il presente, ovvero la possibilità di agire sul futuro.
Lei con gli occhi sempre azzurri e forti di una determinazione basata sui fatti ti ricorda che non si può costruire il futuro se non si ascolta il passato. Se non si evitano errori già commessi. Senza di lei sarei restata sempre sullo stesso binario, senza sentire in parallelo la potenza di uno sguardo che ha osservato 60 anni di vita in più.
Percepire la distanza e la differenza, avere la curiosità di conoscere, di ascoltare, di accogliere questa diversità, per poi tornare a capire di essere simili. Di essere tutti precari in cerca di risposte. Di essere ricchi nella nostra precarietà perché ancora sono vivi questi libri parlanti, queste pagine di Storia desiderose di essere incise sulla nostra memoria, di continuare ad avere corpo e voce in noi.
La signora non crede, è atea. Ma sa leggere gli scherzi che il caso che tutto governa ama fare agli esseri umani. Mi passa il suo testimone, la sua Storia. I suoi occhi azzurri di vita mi dicono: «Ti passo il testimone perché adesso tocca a te essere giovane, essere nella precarietà e trovare la soluzione per gestire la Storia».

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