Sulla rotta dei Balcani

Questi versi sono stati scritti per introdurre un importante documentario di Tg2 Dossier, girato con il patrocinio di UNCHR: “Quando Yousef si mise in cammino. A piedi dall’Afghanistan all’Europa”.

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Migranti-Quando-Yousef-si-mise-in-cammino-A-piedi-dall-Afghanistan-all-Europa-2d0b95f5-1a92-4f1f-b78f-9e9a6370ddf0.html

Il video documenta il cammino di molti migranti che dopo essere arrivati in Turchia, scelgono di proseguire via terra per entrare in Europa, cercando di oltrepassare i confini di Paesi ostili nei loro confronti, sulla rotta dei Balcani.

Era un pianto lento

Era un pianto lento
che scioglieva l’occidentale razionale,
rimasto inchiodato da un documento animato
da corpi e voci
finalmente fatti carne in una storia di incroci,
di occhi, di gesti, di passi vivi
che la sua anima voleva da tempo incontrare.

Solo, senza il comandamento
dei media padri-padroni del suo immaginario
– bombardamento incessante d’informazioni
dove tutto è detto in un istante e niente intrecciato al suo tempo –
senza più permettersi i perché, senza la Grande Giustizia
senza voler più sapere se chi erra per il mondo
ha diritto di domicilio accanto ai suoi così faticati ma futili lussi;

solo, ma amplificato dal suo ritrovato sentire,
gli si fu offerto Yassin, l’uomo di lontano
migrante bloccato nel limbo di una foresta greca,
che ai cancelli del paradiso europeo
gli sussurra in un inglese pacato
– e gli scioglie ogni dubbio sul proprio essere ingrato – :

“Noi non siamo gente pericolosa, non siamo terroristi, non siamo criminali.
Loro lo sanno, la polizia lo sa bene, lo sanno tutti.
Sarebbe meglio se ci lasciassero andare verso la nostra…la nostra…
La nostra destinazione
verso Paesi dove vogliamo andare
non dovrebbero rendere le cose così difficili
dovrebbero lasciarci andare, passare il confine verso
Paesi che possono aiutare i rifugiati.
È difficile vivere qui, ci sono famiglie, ci sono bambini…
E la mia domanda è questa:
Perché devono rendere le cose così difficili?
È quello che chiediamo ai Paesi europei,
dovrebbero ascoltare questa domanda, dovrebbero fare qualcosa”.

Europa ascolta, perché la tua terra è un privilegio
ormai si è interrotto il ritmo della tua marcia nel sangue
e l’ombelico stanco della tua pace
ha partorito l’illusione di cittadini al di sopra di ogni sospetto:
ascolta queste parole perché presto
arriverà il giorno in cui non saprai più ricollegare i pezzi
fra storia e memoria, qui ed ora ancora
intuire i presenti pressanti bisogni di popoli in fuga dalle bombe.

2016: Ora resto e osservo i nuovi gironi attorno a te,
Europa, ti cingono corpi costretti a dissociarsi,
scappare dai loro ricordi, fanno di sé i fantasmi del loro futuro.
Bolle di sapone a filo della steppa
Amina partoriente nella giungla
Muri di lamine e filo spinato
6 metri per 11 chilometri di terra preclusa,
e ancora il cordone del tuo Evros, fiume senza ponti,
dilata i confini della parola Eurasia
– cosa ricordi Europa della tua natura siamese? –
Evros fiume della vergogna – lo nomina Iostos
il greco che qui invece alleva e coltiva, ricuce la terra,
preserva la vita – Evros che in piena annega
a gara coi tuoi mari, uomini, donne e soprattutto bambini
– loro che non dovrebbero perdersi mai –
Evros d’acque in eco al nostro muro di silenzio minato
ferite aperte e dimenticate dall’ultima guerra.

“Sui confini d’Europa si muore annegati anche se non c’è il mare”

Si muore soffocati dalla nostra assenza,
in cammino per mesi, fino ai geloni, fino ai piedi sui calli
soli fra troppe domande e aride burocrazie,
seguendo i binari del treno imperiale,
cercando un varco, mentre noi, Europa,
scivoliamo sui tapis roulant lucidi dell’indifferenza
preoccupati di perenni crisi, di restare in linea
– non la stessa del tempo che l’umanità attraversa insieme –
sostiamo in spazi diversi
ognuno scappando dal proprio persecutore.
La geografia decreta l’importanza dei medesimi fatti
rende opinione la matematica
200 persone uccise ogni giorno in Siria non valgono
12 disegnatori satirici morti a Parigi un giorno di gennaio.

Europa noi che stiamo facendo adesso
per ristabilire le proporzioni
per non spegnere il grido d’aiuto
per mettere in moto la pace,
mentre la polvere si accumula sui nostri scaffali di ideali
e si solidifica in fango sotto le loro scarpe consunte dalle idee?

Europa raccontami oggi il futuro,
quell’ora oziosa di un diverso possibile
in cui bisognerà spiegare la guerra
come un barbaro aneddoto lontano
perché nell’uomo sarà estinto ormai l’istinto
il gusto della violenza.

Federica Cecco

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